«I nostri diritti non hanno confini»: Piazza dei Martiri a Napoli diventa un unico anello per l’Iran Libero
Commozione e fermezza nel presidio napoletano. Sannino: «Come nel 1799 e nel 1943, una rivoluzione che parte dalle donne». La denuncia dei giovani iraniani: «È un massacro, serve una scelta di campo netta».
NAPOLI – Piazza dei Martiri non è stata scelta a caso. In uno dei luoghi più simbolici della resistenza partenopea, dove i quattro leoni di pietra raccontano storie di sangue e rinascita, Napoli ha stretto in un abbraccio ideale il popolo iraniano. Una risposta straordinaria quella della società civile, convocata da Antinoo Arcigay Napoli e dall’Associazione Radicali Napoli “Ernesto Rossi”, che ha visto la partecipazione trasversale del mondo religioso, politico, associativo, di tanti cittadini e tante cittadine.
Una piazza con poche bandiere, ma carica di simboli
La mobilitazione ha superato ogni steccato ideologico. In piazza, fianco a fianco, esponenti della comunità ebraica e cattolica, laici, femministe e vertici di UIL, FORUM TERZO SETTORE, ARCI, ACLI, CSV, ANPI, UAAR e delle associazioni LGBTQIA+ napoletane da ARCIGAY ad AGEDO, Fondazione GIC e PRIDE VESUVIO. Significativa anche la presenza della politica: dal Partito Democratico al Partito Liberaldemocratico, passando per +Europa ed Europa Verde (con il deputato Francesco Emilio Borrelli), fino a Francesca Pascale.
Del resto, l’adesione dei partiti all’evento è stata straordinaria, a testimonianza di una grande maturità della politica locale. Hanno risposto all’appello quasi tutte le forze rappresentate in Parlamento, da destra a sinistra, con l’unica eccezione di Sinistra Italiana (nonostante un’iniziale adesione).
A spiegare il senso profondo dell’iniziativa è stato Antonello Sannino, promotore dell’evento con Antinoo Arcigay Napoli, che ha voluto spogliare la piazza da tutti i simboli per lasciare spazio al popolo iraniano e alla storia di resistenza della città di Napoli: “Abbiamo voluto lasciare solo la citazione di Eleonora Pimentel Fonseca quando salì al patibolo”, ha spiegato Sannino, tracciando un filo rosso tra la Napoli del 1799, quella delle Quattro Giornate del 1943 e l’Iran di oggi. “È una rivoluzione che iniziò con le donne… così come durante le Quattro Giornate di Napoli o ancor prima durante la Repubblica partenopea”. Ricordando le parole del partigiano Antonio Amoretti, Sannino ha sottolineato come “Napoli non poteva non lasciare il suo messaggio di sorellanza… un grido di dolore e di libertà che in questo momento il regime degli Ayatollah sta sopprimendo nel sangue”.
“I leoni di Napoli e quelli di Persia si guardano negli occhi”
Un momento toccante della manifestazione è arrivato con l’intervento di Rozita Shoaei, dell’Associazione culturale Azadi degli iraniani di Napoli. Con la voce rotta dalla commozione e dalle lacrime, Shoaei ha trasformato la topografia della piazza in una mappa della resistenza umana. “I leoni che sorreggono questa colonna non celebrano la vittoria dei forti, ma la dignità di chi ha resistito”, ha detto, evocando il leone morente del 1799 e quello ferito del 1848 e degli altri momenti di resistenza di Napoli.
“Oggi i leoni di Napoli e i leoni della Persia si guardano negli occhi. Non come simboli lontani, ma come fratelli di una stessa storia umana”, ha continuato Shoaei, ricordando che nello Shahnameh il leone è simbolo di giustizia. Il suo è stato un appello alla responsabilità individuale: “Una catena si spezza non solo quando viene colpita con violenza, ma quando anche un solo anello sceglie di sottrarsi. Essere qui oggi significa dire: io non mi sottraggo”.

Il grido politico degli studenti e delle studentesse: “Ascoltate la guida di Reza Pahlavi”
Se l’intervento di Shoaei ha toccato le corde dell’emozione, quello di Sara Nezhad, rappresentante degli studenti iraniani e delle studentesse iraniane, ha portato in piazza la cruda realtà politica e l’urgenza dell’azione. Nezhad ha descritto un Iran sotto “blackout informativo totale”, denunciando l’uso di armi chimiche e un bilancio drammatico che oscillerebbe tra le 12.000 e le 20.000 vittime disarmate.
Ma il suo discorso ha segnato anche una netta richiesta di posizionamento politico: “La rivoluzione del popolo iraniano non è priva di leadership”, ha affermato Nezhad, indicando nel Principe Reza Pahlavi il simbolo dell’unità nazionale per una transizione democratica. Le richieste al Governo italiano sono state chiare e perentorie: stabilire contatti diretti con Pahlavi, condannare le violazioni dei diritti umani e, come atto simbolico forte, l’espulsione dell’ambasciatore della Repubblica Islamica dal territorio italiano. “L’Iran sarà libero. E questa vittoria è vicina”, ha concluso tra gli applausi.

La catena umana
Al termine degli interventi, la piazza si è unita fisicamente. Una lunga catena umana ha attraversato Piazza dei Martiri, mani che stringevano altre mani, mentre nell’aria risuonavano due soli slogan, potenti e inequivocabili: “Donna, Vita, Libertà” e “Iran Libero”. Napoli, città che “conosce il prezzo della libertà”, ha scelto ancora una volta da che parte stare.
Appello urgente all’Europa per il Popolo Iraniano
Di fronte al massacro di oltre 12.000 civili inermi, la comunità iraniana invita a sottoscrivere l’appello che esorta l’Europa a rompere il silenzio e dichiarare illegittimo l’attuale regime iraniano. Si chiede all’UE di sostenere l’opposizione in diaspora nell’organizzazione di un referendum democratico sotto supervisione internazionale. L’Europa ha il dovere morale di intervenire politicamente, non militarmente, per difendere i diritti umani e la libertà di scelta del popolo iraniano.