icon cerca

Intervista a Pina Picierno: “Nessun passo indietro, contro l’odio e le autocrazie serve un’Europa che scelga il coraggio”

Nel mirino delle troll farm e dell'odio online: Pina Picierno analizza le nuove sfide dell'Unione, tra difesa comune e la lotta contro il ritorno dell'oscurantismo in Europa.

Intervista a Pina Picierno: “Nessun passo indietro, contro l’odio e le autocrazie serve un’Europa che scelga il coraggio”

Politica

5 Gennaio 2026

Di: Radio Pride

In un’Europa segnata da crisi profonde e trasformazioni radicali, Pina Picierno si conferma come una delle figure più nette e intransigenti del panorama politico continentale. Nata a Santa Maria Capua Vetere nel 1981, con una carriera che l’ha vista giovanissima deputata alla Camera prima di approdare a Bruxelles, Picierno ricopre oggi il ruolo di Vicepresidente del Parlamento Europeo, riconfermata con deleghe di altissima responsabilità.

Tra i suoi incarichi più delicati figura la delega specifica per il contrasto all’antisemitismo e la salvaguardia della memoria, un fronte che, dopo i tragici eventi del 7 ottobre, è tornato a essere un’emergenza democratica prioritaria. Ma l’impegno della Vicepresidente non si ferma qui: è nota per la sua linea di fermo sostegno alla resistenza ucraina e per la difesa dei valori liberali contro l’avanzata delle autocrazie.

Proprio la coerenza di queste posizioni l’ha resa bersaglio di una violenza senza precedenti. Recentemente, a causa delle sue critiche al regime di Putin e del suo impegno contro l’odio antiebraico, Picierno è stata investita non solo da feroci campagne di denigrazione orchestrate da troll farm e frange estremiste, ma da minacce dirette e gravissime alla sua incolumità. Un’escalation di odio che ha reso necessario l’assegnazione di una scorta, a testimonianza di quanto il prezzo della coerenza politica si sia fatto oggi pericolosamente alto.


L’intervista

Onorevole Picierno, Lei ha ricevuto una delega specifica dal Parlamento Europeo per il contrasto all’antisemitismo e la salvaguardia della memoria. Dopo il 7 ottobre, l’Europa ha assistito a una recrudescenza di odio antiebraico nelle piazze e nelle università, spesso mascherato da critica politica. Quali strumenti concreti l’Unione Europea può mettere in campo per garantire fisicamente e culturalmente la sicurezza delle comunità ebraiche?

«Dopo il 7 ottobre l’Europa ha conosciuto una nuova e allarmante ondata di antisemitismo. In piazze e università abbiamo visto linguaggi e comportamenti che, dietro la copertura della critica politica, hanno colpito persone, simboli e identità ebraiche. Quando accade questo non siamo più nel terreno del dibattito legittimo, ma di fronte a una forma di odio che riemerge sotto nuove maschere. L’Unione europea ha il dovere di reagire, non solo di condannare.

La strategia europea del 2021 indica una direzione chiara: prevenzione, educazione, memoria. Investire nella conoscenza della Shoah non è un esercizio rituale, ma una responsabilità politica. Un secondo fronte decisivo è quello digitale: con il Digital Services Act l’Europa ha introdotto obblighi chiari sulla rimozione dei contenuti antisemiti; ora queste norme vanno applicate con rigore. Accanto a questo, c’è la sicurezza concreta: sinagoghe, scuole e centri culturali devono essere protetti rafforzando la cooperazione tra Stati membri.»

La sua posizione sull’aggressione russa è sempre stata intransigente. Tuttavia, cresce in alcuni settori una certa “stanchezza” verso il conflitto. Come si risponde a chi invoca una pace immediata che rischierebbe però di tradursi in una resa a Putin?

«La vera alternativa oggi non è tra pace e guerra, ma tra una pace giusta e una pace apparente che coinciderebbe con la resa dell’aggredito. La storia europea ci insegna che accordi fondati sulla forza e non sul diritto non producono stabilità, ma rinviano il conflitto rendendolo più pericoloso. Normalizzare l’occupazione russa non è diplomazia, è un segnale di debolezza che apre la strada a nuove aggressioni. Kyiv non è un fronte lontano: è il luogo in cui si decide se l’Europa resta uno spazio regolato dal diritto o torna alla logica della forza. Continuare a sostenere Kyiv non è un atto di generosità, ma una scelta di responsabilità verso la nostra sicurezza.»

In un mondo che vede gli Stati Uniti tentati dall’isolazionismo, crede che i tempi siano maturi per una vera Difesa Comune Europea? L’autonomia strategica è solo uno slogan?

«Parlare oggi di difesa europea significa parlare della sopravvivenza del progetto europeo. Viviamo in un contesto in cui le autocrazie avanzano e gli Stati Uniti non possono più essere considerati una garanzia automatica. L’autonomia strategica non è uno slogan, ma una necessità. Non basta coordinare eserciti nazionali: serve un salto politico, con un comando europeo credibile e una capacità industriale integrata. Continuare a vincolare decisioni cruciali all’unanimità equivale a condannare l’Europa all’irrilevanza. Rafforzare la difesa non vuol dire cercare la guerra, ma proteggere la pace.»

Lei è stata bersaglio di violente campagne d’odio e minacce sui social network per le sue posizioni. Ritiene che questo clima di intimidazione digitale, spesso orchestrato da troll farm straniere, stia mettendo a rischio la libertà della politica?

«L’intimidazione digitale è ormai un tema politico centrale. Le campagne d’odio coordinate contro chi difende l’Ucraina o il diritto di Israele a esistere non sono semplici eccessi verbali, ma strumenti di pressione che mirano a condizionare il dibattito democratico. Parlo anche per esperienza personale: le minacce riconducibili alla propaganda russa mostrano come la guerra ibrida utilizzi la disinformazione per colpire chi si oppone alle autocrazie. Il Digital Services Act è un passo avanti, ma non sufficiente. Servono interventi più rapidi e maggiore trasparenza sugli algoritmi. Non possiamo permettere che i bot decidano i confini del dibattito europeo.»

Passando ai diritti civili, l’Italia sembra sempre più allineata all’Ungheria di Orbán nel limitare i diritti della comunità LGBTQI+. Quali leve ha il Parlamento europeo per impedire questa deriva? È accettabile che esistano cittadini di serie A e di serie B?

«Il quadro europeo resta profondamente diseguale. Nel 2025 non può esistere un’Unione in cui la libera circolazione vale per merci e capitali ma si ferma quando riguarda le persone e le famiglie. La Corte di Giustizia dell’UE è stata inequivocabile: il riconoscimento dei legami familiari è un obbligo giuridico. In Italia abbiamo assistito a scelte che hanno trasformato bambini e famiglie in terreno di scontro ideologico. Il Parlamento europeo ha strumenti concreti: procedure di infrazione e pressione sulla Commissione. L’uguaglianza non può dipendere dal Paese in cui si vive.»