Il metodo dell’odio: perché l’attacco a Roberta Parigiani è un attacco a tuttə
Dopo un intervento in Parlamento sui diritti nelle scuole, la vicepresidente del MIT è stata bersaglio di una campagna diffamatoria da parte di Pro Vita & Famiglia. Un attacco che svela un metodo sistematico per silenziare le voci non conformi.
Giovedì pomeriggio, un attacco mirato e pericoloso ha squarciato il velo del dibattito istituzionale. Roberta Parigiani, avvocata e vicepresidente del MIT (Movimento Identità Trans), è stata pubblicamente schernita e diffamata dall’associazione Pro Vita & Famiglia Onlus, subito dopo aver partecipato a un’audizione in Commissione Cultura. L’attacco, veicolato tramite social, è stato un deliberato atto di à – riferendosi a lei solo al maschile – e un pretesto per darla in pasto all’odio del web.
Il suo “crimine”? Aver espresso, in un contesto democratico, un parere tecnico e politico sui disegni di legge presentati da Valditara, Amorese e Sasso. Si tratta di tre proposte che, se approvate, limiterebbero drasticamente la libertà educativa e i diritti delle persone LGBTQIA+ nelle scuole. I DDL prevedono, nell’ordine: l’obbligo del consenso scritto dei genitori per ogni attività su affettività e identità di genere; il divieto totale dell’educazione sessuale e affettiva; e una forte restrizione della carriera alias, consentendola solo a chi ha già avviato un percorso legale di rettifica di genere, escludendo di fatto la maggior parte dellə studentə trans.
In qualità di avvocata e attivista, Parigiani ha portato in aula la voce di chi vive sulla propria pelle le conseguenze dell’esclusione. Nello specifico, ha difeso l’utilizzo dei bloccanti della pubertà, farmaci che sospendono temporaneamente i cambiamenti fisici e che rappresentano uno strumento fondamentale per adolescenti con disforia di genere. Questi farmaci, ha spiegato, consentono di posticipare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari (barba, seno, pomo d’Adamo), evitando traumi e riducendo la necessità di futuri e più invasivi interventi chirurgici.
La reazione di Pro Vita & Famiglia
non è stata una critica, ma un’aggressione studiata nei toni e nella forma. È il modello comunicativo, ormai codificato, dei movimenti anti-diritti: si individua un bersaglio, lo si colpisce con linguaggio ambiguo e malevolo, e si lascia che la violenza verbale venga amplificata dalla base social. Il fatto che una donna trans abbia parlato con competenza in un’aula parlamentare è bastato a scatenare la macchina del fango.
Queste organizzazioni, spesso definite “anti-scelta”, lavorano per smantellare sistematicamente le libertà individuali. Si oppongono all’aborto, negano i diritti LGBTQIA+, contrastano l’educazione sessuale nelle scuole e ostacolano l’accesso a procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri, con posizioni che danneggiano anche le coppie eterosessuali. Legate a movimenti ultraconservatori, italiani e internazionali, trovano spesso sponda politica in partiti di estrema destra, vedendo le loro istanze tradotte in proposte di legge.
La gogna social
L’offensiva contro l’avvocata Parigiani non è un caso isolato, ma un attacco ideologico contro i diritti civili. È stata colpita non solo perché attivista, ma perché è un’attivista trans che ha osato parlare con competenza in uno spazio che qualcuno vorrebbe precluso a certi corpi e a certe voci.
Trasformare un intervento istituzionale in un pretesto per una gogna pubblica, mezzo social, non è polemica: è un gesto violento che ne colpisce l’identità, la dignità professionale e il diritto a esprimersi. E non riguarda solo lei, ma è un attacco simbolico a tutte le persone trans e LGBTQIA+ che lottano per un Paese più giusto.
Le parole hanno un peso. Quelle che disumanizzano e legittimano la violenza vanno chiamate con il loro nome: propaganda d’odio. Chi attacca oggi Roberta Parigiani, attacca tuttə noi. E chi resta in silenzio, è complice.
Di Mariachiara Bilotta