Senegal, stretta contro l’omosessualità, il parlamento raddoppia le pene fino a 10 anni di carcere
Approvato quasi all'unanimità un disegno di legge che inasprisce le sanzioni. Introdotto il reato di "esaltazione" e multe fino a 15mila euro. Un'ondata di arresti e intolleranza scuote il Paese.
Negli anni ’90, con la sua indimenticabile ‘O Scarrafone, Pino Daniele cantava «Viva, viva ‘o Senegal». Quell’inno contro il razzismo, nato come messaggio universale di solidarietà e fratellanza, oggi suona come un’amara beffa. Da un Paese che nel nostro immaginario rappresentava un modello lotta universale al razzismo, arrivano infatti provvedimenti istituzionali intrisi di odio e violenza. I numeri del voto all’Assemblea Nazionale non lasciano spazio a dubbi: 135 favorevoli, solo tre astensioni e zero voti contrari.
Esultanza in parlamento per l’approvazione della legge
Nel video diffuso in queste ore, i parlamentari senegalesi applaudono compatti l’approvazione di una legge che inasprisce duramente le pene contro le persone omosessuali, in special modo quella maschile. Una scena che cristallizza il clima di profonda intolleranza che sta attraversando il Paese africano e che, con le dovute proporzioni, ci ricorda dolorosamente l’esultanza della destra nel nostro Senato dopo l’affossamento del DDL Zan.
Cosa prevede la nuova legge, nel mirino attivisti e Ong
Presentato il mese scorso dal primo ministro Ousmane Sonko, alla guida di un governo che si definisce di sinistra, il nuovo disegno di legge modifica le normative del 1966, giudicate dai ministri “troppo indulgenti”, per instaurare un regime di tolleranza zero.
Ecco i punti chiave del provvedimento, che ora attende solo la firma del presidente Bassirou Diomaye Faye: pene raddoppiate con la reclusione per l’omosessualità che passa da un minimo di 5 a un massimo di 10 anni di carcere. Sanzioni economiche che vengono innalzate fino a 15.000 euro, una cifra inavvicinabile per la stragrande maggioranza della popolazione locale. La legge colpisce inoltre duramente chiunque “promuova”, “faciliti” o “finanzi” le relazioni tra persone dello stesso sesso. Un chiaro tentativo di mettere a tacere Ong, attivisti e movimenti per la difesa dei diritti LGBTQ+, con pene previste dai 3 ai 7 anni.
La propaganda di Sonko e lo spauracchio delle “influenze straniere”
Questa stretta repressiva non è casuale, ma è il frutto di una precisa e cinica strategia politica. Come evidenziato dall’esperto di questioni africane Stefano Pancera, la decisione del governo si fonda su un nazionalismo sociale radicale e anti-neocoloniale.
Il premier Sonko ha costruito la sua ascesa presentandosi come il difensore dei valori religiosi e culturali senegalesi contro la presunta “ingerenza occidentale”. In questa narrazione distorta, i diritti LGBTQ+ vengono etichettati come “influenze straniere” volte a dividere il Paese. Una retorica da brividi, che presenta però una sinistra analogia con quanto si affrettarono a sostenere il Patriarca Kirill prima e Vladimir Putin poi nel proclamare la “guerra santa” in Ucraina contro la decadenza morale dell’Occidente. Una vera e propria crociata contro i diritti delle persone Lgbtq+, finalizzata a dare un senso a un atto ingiustificabile come a un’invasione militare.
La ricerca del capro espiatorio
Le scelte del governo si innestano su un tessuto sociale già fortemente conservatore. I dati di Afrobarometer restituiscono una fotografia agghiacciante, con il 97% degli intervistati in Senegal che dichiara di non volere vicini di casa omosessuali. Le autorità religiose cavalcano questo sentimento, associando l’omosessualità a un inaccettabile decadimento morale. Per compattare il consenso, il partito di governo (Pastef) ha condotto un’insistente campagna di propaganda, arrivando a mescolare subdolamente casi di pedofilia con l’orientamento sessuale degli adulti, e alimentando lo stigma associando l’omosessualità alla diffusione dell’Hiv.
In fondo, non c’è niente di nuovo sotto il sole. È la vecchia, collaudata e tragica storia della ricerca del capro espiatorio. colpire le minoranze e le fasce più deboli della popolazione per usarle come arma di distrazione di massa dai problemi reali, come la dilagante disoccupazione giovanile e l’insostenibile aumento del costo della vita dovuto a una corruzione profondissima della classe dirigente. Se a questo aggiungiamo che, da sempre e ad ogni latitudine del globo, i movimenti di liberazione sessuale sono considerati nemici dell’ordine e del potere precostituito, il cerchio si chiude. E tutto, tragicamente, torna.
I dati e la mappa dei diritti negati
La cronaca di Dakar riaccende i riflettori su una realtà internazionale drammatica. Oggi, l’omosessualità è ancora considerata un reato in oltre 60 Paesi:
In Africa, oltre al Senegal, l’omosessualità è duramente punita con il carcere in nazioni come Nigeria, Somalia, Uganda, Mauritania e Sudan. In gran parte del continente africano, anche dove non è previsto uno specifico reato, l’omosessualità è considerata socialmente inaccettabile.
In Asia e Medio Oriente, la detenzione e le pene corporali sono previste in Iraq, Bahrein, Qatar, Yemen, Emirati Arabi Uniti e nella striscia di Gaza.
Le sanzioni arrivano fino all’esecuzione capitale in Paesi come Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Brunei e in alcune province dell’Indonesia.
Dietro gli applausi del parlamento senegalese si nasconde una repressione cinica e calcolata, che sacrifica i diritti umani fondamentali sull’altare del consenso politico e per rafforzare classi dirigenti incapaci e corrotte.
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