Inchiesta escort e calciatori a Milano: l’urgenza di regolamentare il sex work in Italia
L'Associazione Certi Diritti interviene sull'inchiesta che coinvolge la Serie A, denunciando le contraddizioni di un sistema che nega i diritti e le tutele a chi sceglie il lavoro sessuale.
La recente inchiesta su un vasto giro organizzato di escort a Milano, che sfiora anche alcuni noti calciatori di Serie A, ha riempito le pagine di cronaca venendo trattata, prevedibilmente, come l’ennesimo scandalo all’italiana. Eppure, dietro le reazioni scandalizzate e il voyeurismo mediatico, si nasconde una realtà strutturale che il nostro Paese continua a ignorare. A riportare il dibattito sui binari del pragmatismo e dei diritti civili è l’Associazione radicale Certi Diritti, che attraverso un comunicato stampa punta il dito contro le palesi ipocrisie del sistema normativo nazionale in materia di lavoro sessuale.
Una realtà diffusa, non un’anomalia
Secondo Certi Diritti, la vicenda milanese non rappresenta affatto un’eccezione, ma racconta “qualcosa di molto più semplice: un fenomeno noto, diffuso e già pienamente presente nella nostra società“. Il mercato del sesso a pagamento esiste, è accessibile alla luce del sole tramite piattaforme web ampiamente utilizzate e coinvolge migliaia di persone che ogni giorno operano in questo settore. Continuare a trattare la questione esclusivamente con la lente dello scandalo significa rifiutarsi di guardare in faccia la realtà.
Il cortocircuito della legge italiana
Il nodo centrale sollevato dall’Associazione è l’evidente contraddizione che regola il sex work in Italia. Nel nostro ordinamento, vendere il proprio corpo o la propria immagine non costituisce reato. Ad essere perseguibile per legge è invece tutto ciò che organizza e favorisce tale attività.
Questo paradosso normativo non cancella la domanda, ma confina un mercato enorme in una pericolosa zona grigia. Come sottolinea l’Associazione, è proprio in questo vuoto normativo che “è più facile che si sviluppino sfruttamento, intermediazione opaca e attività criminali“, esattamente le dinamiche che sembrano emergere dall’inchiesta della magistratura milanese.
Tasse pretese, diritti negati
A questa stortura giuridica se ne aggiunge una economica altrettanto grave. Certi Diritti evidenzia come l’Italia, tramite l’introduzione di nuovi codici Ateco, richieda il pagamento delle tasse sui proventi del lavoro sessuale, seppur in maniera “camuffata e poco chiara“. Tuttavia, a fronte di questo prelievo fiscale, lo Stato non riconosce la professione.
Il risultato è un sistema che incassa i dividendi del lavoro sessuale liberamente scelto, ma lascia chi lo esercita senza alcuna garanzia contrattuale, sindacale o di sicurezza. “Questa situazione non protegge nessuno e lascia spazio a dinamiche che andrebbero invece governate con maggiore chiarezza”, denuncia il comunicato di Certi Diritti.
L’appello di Certi diritti: regolamentare per tutelare
L’inchiesta di Milano deve rappresentare uno spartiacque. Per l’Associazione, è imperativo che questo caso apra finalmente “una riflessione sul sex work e sul lavoro di escort“.
Non si tratta di banalizzare un tema complesso, ma di affrontarlo con strumenti giuridici e sociali adeguati. L’obiettivo non è assecondare la criminalità, ma sconfiggerla, tirando fuori i lavoratori e le lavoratrici dall’ombra e mettendo finalmente al centro i pilastri di ogni professione civile: diritti, salute, sicurezza, privacy e autodeterminazione delle persone coinvolte.