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Paolo, Giorgio, Ciro e le tante vittime di bullismo omotransfobico

Nella Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, accendiamo un faro sull'odio omotransfobico. I dati, le storie e i perché di un fenomeno che colpisce tutte e tutti.

Paolo, Giorgio, Ciro e le tante vittime di bullismo omotransfobico

Scuola

7 Febbraio 2026

Di: Radio Pride

Ricorre oggi il 7 febbraio, Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, un appuntamento che impone di affrontare e analizzare, con lucidità e determinazione, un’emergenza sociale alimentata spesso dalla solitudine, dai pregiudizi e dall’incapacità di comunicare. Un fenomeno che registra, tra le sue forme più aggressive, sicuramente la variante del bullismo omotransfobico. Una violenza identitaria che continua a mietere vittime tra i banchi di scuola e sul web.

Perché il bullismo omotransfobico è diverso

Mentre il bullismo generalmente colpisce per caratteristiche fisiche o comportamentali (gli occhiali, il peso, la timidezza), il bullismo omotransfobico ha una peculiarità distruttiva unica: mira a delegittimare l’identità profonda della persona. L’insulto omofobo o transfobico non dice “quello che fai è sbagliato”, ma urla “tu sei sbagliato”.

C’è un dato fondamentale che spesso sfugge: questo odio colpisce trasversalmente. Le statistiche confermano che una percentuale altissima di vittime è eterosessuale e cisgender. Il bullo o la bulla colpisce il ragazzo troppo sensibile, la ragazza con i capelli corti, chiunque non si adegui agli stereotipi rigidi del binarismo di genere, del “maschio alfa” o della “femmina perfetta”. A differenza di altre forme di violenza, qui scatta spesso la “doppia solitudine”. La vittima, terrorizzata dal giudizio, e dai pregiudizi, spesso non trova rifugio nemmeno in famiglia, con gli insegnanti e con gli amici o le amiche, temendo che confessare le offese significhi dover giustificare la propria identità (vera o presunta).

I dati: l’Italia e il focus Campania

La fotografia scattata dai report MIUR-ISTAT e Telefono Azzurro è impietosa. In Italia, circa 1 studente su 3 (tra gli 11 e i 17 anni) è vittima di bullismo. Il cyberbullismo tocca il 20-25% degli adolescenti e delle adolescenti, con un mix letale di insulti, esclusione dalle chat e diffusione non consensuale di immagini e di pezzi di vita.

In Campania, la situazione è ancora più critica. I dati dell’Ufficio Scolastico Regionale e delle ASL indicano che nelle aree urbane di Napoli e Caserta la percentuale di chi ha subito prepotenze sale al 30-35%. Il cyberbullismo qui viaggia su percentuali simili al dato nazionale, ma con una virulenza percepita maggiore nell’uso dei social per la diffusione di gossip e stereotipi umilianti, spesso legati alla propria identità sessuale.

La Cronaca del dolore: le vite spezzate di Paolo, Giorgio, Ciro.

Dietro i numeri ci sono nomi, volti e storie di vita interrotte che scuotono le coscienze. C’è la storia di Paolo di Latina, emblematica della crudeltà, che si è tolto la vita a 14 anni nella sua cameretta a poche ore dall’inizio dell’anno scolastico. Lo chiamavano “Nino D’Angelo” per quel caschetto biondo, o “Paoletta”. Non erano soprannomi affettuosi, ma marchi a fuoco per dirgli che “era diverso” che non era “abbastanza maschio”. La sua storia, come quella del “ragazzo dai pantaloni rosa” (Andrea Spezzacatena), ci ricorda che le parole sono pietre. Andrea si tolse la vita perché dei pantaloni stinti in lavatrice divennero il pretesto per dargli del “frocio”. Paolo ha subito la stessa sorte per un taglio di capelli. C’è la storia di Giorgio a Caserta, anche lui si è tolto la vita a soli 14 anni, schiacciato dal peso di un disagio legato alla propria identità di genere e all’incapacità dell’ambiente circostante di accoglierlo. E poi c’è Ciro, a Torre del Greco. Ciro aveva 16 anni ed è volato giù da una finestra dell’aula della sua classe, prima del suono della campanella della prima ora. È successo a scuola, il luogo che dovrebbe proteggere, poco prima del suono della campanella. Ci sono tante storia drammatiche interrotte dalla violenza e dai pregiudizi dell’odio omotrasfobico.

La Campania come laboratorio contro il bullismo

Se la cronaca del dolore è assordante, la risposta istituzionale della Campania cerca di essere all’altezza della sfida, proponendosi oggi come un vero e proprio laboratorio contro il bullismo nel panorama italiano. In un momento storico in cui il dibattito nazionale sembra frenare su certi temi, la Regione ha scelto di andare decisamente controcorrente: è di queste ore la notizia che ben 346 istituti scolastici campani attiveranno programmi di educazione all’affettività. Una scelta di campo netta quindi, in  netto contrasto con le scelte fatte dal Governo Meloni.

Questa accelerazione non è un atto improvvisato, ma il culmine di una strategia che ha costruito nel tempo un solido “scudo legislativo” a tre livelli, un unicum giuridico in Italia. Le fondamenta sono state gettate con la Legge Regionale n. 11 del 2017, la prima norma quadro contro il bullismo e il cyberbullismo, dove già erano previste delle tutele specifiche per contrastare il bullismo omotransfobico, per poi rafforzarsi con la coraggiosa Legge n. 37 del 2020, specifica contro l’omotransfobia e le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. Di recente è arrivata poi la Legge n. 19 del 6 ottobre 2025: questa norma sulla “promozione dell’educazione sentimentale e relazionale” segna il passaggio definitivo dalla logica della punizione a quella della prevenzione. L’obiettivo è ambizioso: disinnescare l’odio alla radice, insegnando ai ragazzi e alle ragazze a gestire le relazioni e a rispettare le differenze prima che il pregiudizio si trasformi in violenza persecutoria, fisica e psicologica.

In questa battaglia di civiltà, le istituzioni non camminano da sole. L’Università degli Studi di Napoli Federico II, attraverso il Centro di Ateneo SInAPSi e la sua sezione Anti-Discriminazione e Cultura delle Differenze, rappresenta il braccio operativo e scientifico di questo sistema. Il portale www.bullismoomofobico.it è diventato il punto di riferimento imprescindibile dove docenti, genitori e studenti possono trovare non solo informazioni, ma supporto psicologico e legale concreto.

Cosa fare se ci si trova di fronte a un sospetto caso di bullismo omotransfobico?

La prima regola è non minimizzare mai. Frasi come “sono solo ragazzate” o “è solo uno scherzo” sono complici della violenza. Se si è testimoni o si raccolgono confidenze, è fondamentale ascoltare senza giudicare, evitando di forzare la vittima a parlare o, peggio, a fare coming out se non è pronta. È essenziale rompere l’isolamento: segnalare l’accaduto al referente per il bullismo della scuola, contattare le famiglie (con estrema cautela per non esporre il ragazzo o la ragazza ad ulteriori rischi) e rivolgersi a esperti come quelli del centro SInAPSi o delle associazioni LGBTQIA+ presenti sul territorio. Intervenire subito non significa solo fermare una bulla o un bullo, significa dire alla vittima: “Non sei sbagliato, e soprattutto non sei solo“.